| Intervento di Giulia Simi al Comitato Nazionale di Radicali italiani, Roma, 9-10-11 settembre 2005 |
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Sono d’accordo con Marco Beltrandi quando dice che una cosa è parlare di proposte politiche e altra cosa è parlare d’iniziativa politica. Marco chiede che oltre alle nostre proposte d’iniziativa politica sui diritti civili ci sia almeno, fin d’ora, un’iniziativa politica o in campo economico o di politica estera, che potrebbe trovare l’appoggio forte anche di molti esponenti dei DS. In politica estera si potrebbe puntare sull’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, mentre molte nostre proposte d’economia potrebbero trovare consenso nella cosiddetta area liberal dei DS. Marco chiede che almeno una di queste iniziative sia portata avanti in modo da distinguerci e assumere una nostra identità. Il tutto mi sembra molto ragionevole.
Seguendo l’impostazione di Marco, vorrei sottolineare come l’iniziativa politica sulla libertà di ricerca scientifica non rappresenti solo la richiesta di modifica della legge 40/2004 o, ancora meglio, la richiesta della sua abrogazione, temi legati alle libertà individuali e quindi ai diritti civili; ma significa anche la richiesta di importanti riforme nel campo della scuola, dell’università e non potrà non toccare anche i temi economici. Ovviamente questo non significa che io intenda sminuire l’importanza della battaglia che stiamo facendo, visto che ci ho investito, come molti altri, due anni della mia vita, ma vorrei ricordare che Blair considera la ricerca scientifica una grossa opportunità per l’Europa di competere sul mercato globale: ciò implica mettere in discussione la PAC e questa è una riforma economica strutturale.
Per altro verso, esiste il problema di come la ricerca venga finanziata. In genere i pochi contributi pubblici vengono elargiti a pioggia, a volte con metodi poco trasparenti e con nessuna seria verifica dei risultati. Per me l’iniziativa politica sulla libertà di ricerca scientifica significa chiedere ad esempio alla Confindustria e ai sindacati, tanto bravi a parlare di ricerca e di innovazione, di cominciare a cambiare il loro atteggiamento verso la ricerca. Quando si parla di libertà di ricerca, si parla di innovazione: questo significa la volontà da parte degli imprenditori di investire nelle innovazioni e prima ancora nella ricerca, senza stare sempre attaccati al carrozzone pubblico; ma la ricerca e l’innovazione che ne deriva implica anche una riforma dell’organizzazione del lavoro, quindi una maggiore mobilità del lavoro, una richiesta continua di aggiornamento per offrire a chi resta momentaneamente fuori dal mercato l’opportunità di reinserirsi. Tutto questo riguarda la Confidustria e il sindacato: non è forse un caso se da parte loro non hanno mai investito, o non hanno mai investito abbastanza, come ben sappiamo noi radicali, in campagne politiche di libertà.
Quindi l’iniziativa politica sulla libertà di ricerca scientifica significa sicuramente proseguire la battaglia per modificare o abrogare la legge 40/2004, ma anche prevedere una serie d’importanti riforme, tutte condizioni necessarie per realizzare il progetto libertà di ricerca. In questa direzione si muove l’Associazione Luca Coscioni con la convocazione a metà febbraio 2006 del Congresso Mondiale per la libertà di ricerca scientifica.
Vorrei dire qualcosa sul rapporto SDI-Radicali. Condivido la preoccupazione che Pannella ha espresso nella consueta conversazione con Massimo Bordin che dai primi contatti sono passati due mesi preziosi e che finora il tutto è rimasto chiuso quasi solo nella nicchia di Radio Radicale. Come dice Daniele Capezzone è necessaria un’accelerazione.
E’ vero, è necessario da parte dei compagni dello SDI un certo coraggio. Come dice Federico Punzi, sembra che l’idea di fondo sia quella di non pestare i piedi a nessuno; ma con quella che io chiamerei cultura della sopravvivenza non si va da nessuna parte, sia a livello locale che nazionale. E’ necessario un certo coraggio per creare un fatto nuovo; coraggio e convinzione che in qualche misura direi toccano anche la casa radicale.
Credo sia importante fin da ora che il nuovo soggetto laico, liberale, socialista e radicale trovi spazio a livello locale. Per quanto mi riguarda penso alle elezioni amministrative comunali di Siena. Come radicali dobbiamo avere coraggio e assumerci la responsabilità di confrontarci a livello locale, dove tenderei a dire che la cultura della sopravvivenza dei compagni socialisti è più radicata.
Riuscire ad individuare con i socialisti iniziative politiche territoriali ci consente maggiormente di qualificarci, di darci un’identità, di essere riconoscibili, rappresenta l’ambizione di incidere non solo a livello nazionale ma anche locale. In questo senso mi sembra di essere di nuovo in sintonia con quello che ha detto Marco Beltrandi. E’ un strumento utile per dare forza e visibilità al progetto nazionale e viceversa, alla prospettiva ambiziosa di un nuovo soggetto politico Radicali-SDI, alternativa pienamente laica, liberale, socialista, radicale, ispirata all’opera di Loris Fortuna, Blair e Zapatero.
E’ chiaro che un progetto comune a livello locale non potrà prescindere dalla questione della legalità e della trasparenza che sono condizioni necessarie della partecipazione. A Siena i servizi pubblici sono stati privatizzati ma non liberalizzati, in altre parole si ha un unico gestore, ad esempio la Siena Parcheggi; c’è il problema dei rapporti tra istituzioni locali e comunità e istituzioni religiose: ad esempio fa parte della Deputazione della Fondazione MPS un rappresentante del Vescovo; c’è il caso della concessione da parte del Comune di Colle Val D’Elsa del Parco di S. Lazzaro per la costruzione di una moschea. Sono temi radicali soltanto trasferiti in ambito locale. E ancora, nel periodo estivo è stata promossa dai Comunisti italiani una raccolte firme per una proposta di legge contro i servizi pubblici privatizzati e la Lega ha promosso un referendum contro la concessione del Parco S. Lazzaro per la costruzione della moschea. Al di là del merito delle questioni, in entrambi casi sui siti dei Comuni buio completo. La domanda che sorge spontanea è per quale motivo esistono questi siti se non sono effettivi strumenti di conoscenza e di partecipazione per la cittadinanza?
Voglio chiudere questa parentesi locale con una notizia comparsa sulla Nazione del 6 settembre, dal titolo Una fondazione per promuovere le biotecnologie; in questo articolo si annuncia la nascita della Fondazione Toscana Life Sciences (in Italia sembra che se si usano parole inglesi il tutto acquista un significato di serietà) con lo scopo di promuovere la ricerca e lo sviluppo delle biotecnologie. Ma chi sono i soci fondatori? Ovviamente i soliti noti, che si ritrovano dovunque: il Comune, la Provincia, la Regione Toscana, Banca e Fondazione Monte dei Paschi, Università. Chi è il presidente di questa fondazione scientifica? L’ex impiegato della banca MPS e attualmente presidente DS della Provincia di Siena, Fabio Ceccherini. Non mi stupirei se tra qualche mese venisse cooptato fra i membri fondatori anche il vescovo!
Per finire mi ricollego all’iniziativa politica sulla libertà di ricerca scientifica e parto da quella che per me è la riforma basilare: la riforma della scuola. L’interesse per la scuola non è più al centro della società, esiste questo grosso carrozzone, ogni tanto si fa una riformicchia in genere peggiorativa (si pensi all’insegnamento della teoria di Darwin e all’ora di religione) ma non ci si domanda: la scuola che abbiamo risponde alle esigenze della società di oggi e soprattutto di domani? E’ stata utile nel passato ma forse non lo è più; è necessario pensare a qualcosa di diverso, di più dinamico, che vinca l’apatia che si riscontra sia tra gli studenti che gli insegnati. Oggi, come si dice, esistono molti stimoli (i media, i computer, internet, i cellulari) e la scuola sembra che tenda a livellare il tutto, purtroppo verso il basso.
In Inghilterra, Blair ha proposto l’idea di costituire le classi non più sul criterio dell’età ma rispetto al merito. Una scelta del genere potrebbe creare problemi psicologici che possiamo immaginare e non è detto che sia efficiente, ma individua il problema di una scuola che, come quella di oggi, livella verso il basso, non dà effettivamente la possibilità a ciascuno di sfruttare al massimo le proprie potenzialità, la creatività e che non spinge a una sana competizione soprattutto con se stessi.
La proposta che vorrei fare implica un aumento del carico di lavoro degli insegnanti, forse del numero degli insegnanti, ovviamente una preparazione molto più profonda che torna a valorizzare il ruolo dell’insegnante.
Ecco la mia proposta di lavoro:
1. Esistono delle materie obbligatorie e poi una serie di materie facoltative per gli studenti.
2. Ogni scuola ha piena libertà di scelta nelle materie libere, sarà il mercato a premiare o meno una scuola;
3. Una scuola a classi aperte: classi di matematica, classi di italiano, ecc; ciascuna di queste classi ha livelli diversi; uno studente può essere a livello 1 in matematica e a livello 4 in italiano; il percorso scolastico si ritiene concluso quando si supera un certo livello in tutte le materie obbligatorie e un certo numero di materie facoltative. Inoltre è fissata periodicamente la possibilità di passare a un livello superiore, offrendo allo studente l’opportunità effettiva di migliorare velocemente e non ristagnare per un anno intero a un livello. Il vantaggio è che intanto è possibile anche all’età ad esempio di 16 anni di finire il percorso scolastico; è possibile per un ragazzo che entra in crisi interrompere, ad esempio, per un anno il suo percorso per fare un’esperienza di lavoro per poi, se lo crede, ritornare. Una riforma del genere tende, secondo me, a valorizzare al massimo le capacità dello studente e gli dà nel contempo la possibilità effettiva, se vuole, di migliorare.
Si potrebbe dire che una riforma del genere è molta costosa; ma quanto ci costa pagare il fallimento della scuola italiana?