| Corriere della Sera, 27 gennaio 2007 |
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I Paesi di cultura liberale hanno a proprio fondamento lo Stato di diritto che, a sua volta, ha a proprio fondamento il governo della legge. Quest' ultima non è, infine, solo legalità, diritto «positivo», ma è anche legittimità, diritto «naturale», in quanto rispettoso dei diritti fondamentali della Persona. I Paesi di cultura autoritaria hanno a proprio fondamento lo Stato etico che, a sua volta, è governo degli uomini. Questi ultimi sono, infine, gli interpreti di una «legalità illegittima», in quanto irriguardosa dei diritti fondamentali della Persona. Nello Stato di diritto, l' imputato e la pubblica accusa sono perciò posti su un piano di parità formale nel corso del dibattimento processuale. Ma, in linea di principio e persino in punto di diritto, non c' è uguaglianza fra i diritti del cittadino e quelli dell' accusa. Il cittadino è maggiormente tutelato perché sono in gioco le sue stesse libertà. Prevale, così, il principio della presunzione di innocenza dell' imputato, nella convinzione che siano preferibili dieci criminali in libertà a un solo innocente in prigione. E ciò spiega, altresì, perché non si possa essere processati due volte per lo stesso reato una volta assolti in giudizio. Lo Stato di diritto ha fiducia nella propria Giustizia, anche quando permanga qualche ragionevole dubbio sull' innocenza dell' imputato, perché non confonde la legge con la morale e si limita ad applicare la prima non pretendendo di far trionfare la seconda. I processi sono relativamente rapidi, perché la sentenza di un tribunale - quale essa sia - non è mai la Verità, ma è sempre il frutto di quanto gli uomini sono riusciti ad accertare, scetticamente consapevoli della propria limitatezza e della propria fallacia. Lo Stato liberale e di diritto è garantista per sua stessa natura. Con la cancellazione, per incostituzionalità, della legge Pecorella che stabiliva l' inappellabilità - da parte della pubblica accusa - delle sentenze assolutorie, la nostra Corte costituzionale sembra aver sancito, invece, il principio opposto: quello della presunzione di colpevolezza dell' imputato anche dopo che la sua innocenza sia stata acclarata da un tribunale della Repubblica oltre ogni ragionevole dubbio. Lo Stato etico non ha fiducia neppure nella propria Giustizia perché confonde la morale con la legge e insegue il trionfo della prima a dispetto della seconda. I processi sono incredibilmente lunghi, perché la sentenza di condanna di un tribunale è sempre la Verità e l' assoluzione dell' imputato è sempre la sconfitta dello Stato. Lo Stato etico e autoritario è giustizialista per sua stessa natura. L' Italia è una Repubblica fondata sull' «accanimento giudiziario». Con la sua sentenza, che dichiara incostituzionale una legge fondamentalmente garantista, la Corte non ha cancellato una legge ad personam voluta dal governo di centrodestra per ragioni pelose e ripristinato la certezza del diritto. Al contrario, essa perpetua la condizione di illegalità e illegittimità in cui versa il nostro sistema giudiziario. Che - con le sue lentezze e i suoi «teoremi» - ha finito col trasformare il processo in un' arbitraria e devastante forma di pena, anticipatrice della sentenza e spesso in contraddizione con tardive sentenze di assoluzione. E' davvero desolante che un problema di civiltà del diritto, quale è l' amministrazione della Giustizia nel nostro Paese, sia stato pretestuosamente ridotto a un' espressione della lotta politica al berlusconismo. Desolante e pericoloso. postellino@corriere.it