| Corriere della Sera, 31 agosto 2006 |
|---|
| E' reato accusare i pm di «indagini politiche» |
| La Cassazione: va oltre il diritto di critica. Forza Italia: così si lede la libertà |
ROMA — Accusare i magistrati di svolgere indagini politiche esula dal diritto di critica. E dunque è reato, in questo caso diffamazione aggravata. L'imputato è Vittorio Sgarbi, la parte lesa il pool antimafia della procura di Palermo. Siamo nel '98, nei giorni caldi del suicidio del procuratore di Cagliari, Luigi Lombardini: l'attuale assessore alla Cultura del Comune di Milano, in due interviste, sostenne che i pm siciliani agivano per finalità diverse da quelle di giustizia e che il procuratore Giancarlo Caselli era meritevole di arresto. Dopo due condanne in primo e secondo grado, ora anche la Cassazione «boccia» l'ex parlamentare. «Non sussiste l'esimente del diritto di critica — scrive il relatore, Alberto Macchia — allorché un magistrato venga accusato di svolgere indagini politiche, in quanto siffatta espressione, evocando l'intento di favorire una determinata forza politica a scapito di un'altra, assume una portata offensiva, risolvendosi in un attacco alla sfera morale della persona». Dissentire si può, precisa la sentenza della sezione feriale, presieduta da Giuseppe Pizzuti, ma «senza trascendere» nell'aggressione, senza «degenerare in manifestazioni gratuitamente lesive dell'altrui reputazione». Vietato sostenere «l'asservimento della funzione giudiziaria a interessi personali, partitici, politici, ideologici». Il sostituto pg Enrico Ferri, il ministro dei 110 all'ora, aveva chiesto di annullare con rinvio la sentenza della corte d'appello di Milano. Invece la Cassazione ha confermato la condanna a mille euro di multa e ha imposto all'imputato di pagare cinquemila euro di spese al pool antimafia (oltre Caselli, Guido Lo Forte, Antonio Ingroia, Vittorio Aliquò, Giovanni Di Leo e Lia Sava). L'avvocato Giampaolo Cicconi ricorrerà a Strasburgo. L'autore delle interviste, Renato Farina (l'agente Betulla dell'inchiesta sul Sismi), all'epoca al Giornale, ha patteggiato la pena anni fa. Anche se il provvedimento gli appare «abnorme», Sgarbi non arretra: «A me oggi basta questa stelletta di martire — esulta —, perché la sentenza prova la politicizzazione della magistratura». La decisione contraddice casi come quello di Franco Pacenza, l'esponente diessino appena tornato in libertà: «L'azione dei magistrati calabresi è politica — sostiene Sgarbi —.
Il teorema è che chi si candida in Calabria è mafioso». Tuttavia la sentenza è «assurda» poiché «per la prima volta dice che un parlamentare deve tacere. Allora, qual è il limite della insindacabilità? La critica di un politico a un magistrato come deve essere?». Promozione a pieni voti, invece, da parte di Guido Calvi, all'epoca difensore di Caselli: «Non deve essere violato il principio di continenza — spiega il senatore Ds —, che muta il giudizio da asserzione critica in affermazione meramente denigrativa». Ma Calvi stigmatizza anche l'appoggio incondizionato offerto a Pacenza dal centrosinistra calabrese: lo definisce «il segno di scarsa consapevolezza democratica». Tra le toghe, poi, è un coro di consensi. Il procuratore di Roma Giovanni Ferrara, il segretario di Md Iganzio Juan Patrone, il consigliere del Csm Fabio Roia sottolineano quanto la sentenza sia «giusta» e ponga «un principio ineccepibile». Edmondo Bruti Liberati, ex presidente dell'Anm, si augura «che si sia voltata definitivamente pagina». Gioisce il ministro Antonio Di Pietro: «Meno male che c'è la Cassazione! Ci voleva qualcuno che dicesse che offendere e denigrare chi fa il proprio dovere è un reato». Anche il presidente dell'Unione camere penali, Ettore Randazzo, concorda con la Cassazione, pur sottolineando che «un fenomeno simile (la politicizzazione, ndr) nel nostro Paese esiste». Molto critici, invece, Fabrizio Cicchitto (Forza Italia) e Gianfranco Rotondi (Dc). Per il primo, la sentenza «lede la libertà di opinione»; per l'altro dover tacere di fronte ai provvedimenti della magistratura «è come mettere il bavaglio alla politica».
Lavinia Di Gianvito